Poliamore e non-monogamia consensuale: cosa dice la ricerca, al netto dei luoghi comuni
Il 4 settembre si celebra la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una ricorrenza nata per ricordare che la salute sessuale non coincide semplicemente con l’assenza di patologie, ma riguarda uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale. Comprende anche il diritto di vivere relazioni sicure, consensuali e rispettose delle persone coinvolte.
Proprio sul consenso, inteso come fondamento della relazione e non come semplice dettaglio procedurale, si gioca gran parte di ciò che oggi sappiamo sulle relazioni non monogame. Un tema sul quale il dibattito pubblico italiano si muove ancora spesso per impressioni, stereotipi e giudizi, mentre la letteratura scientifica degli ultimi anni ha prodotto risultati molto più specifici e, in alcuni casi, contro intuitivi.
Nella pratica clinica, come nei percorsi sessuologici, quando una persona porta una domanda sulla non-monogamia, raramente sta chiedendo un’autorizzazione. Più spesso sta cercando uno spazio in cui poter esplorare desideri, dubbi e confini senza essere giudicata prima ancora di aver finito la frase.
Prima di tutto, le definizioni
La confusione terminologica è una delle prime fonti di malintesi, quindi vale la pena partire da qui.
La non-monogamia consensuale (CNM) comprende quelle configurazioni relazionali nelle quali più legami sessuali o affettivi possono coesistere con il consenso informato di tutte le persone coinvolte.
Al suo interno troviamo forme differenti:
- il poliamore, caratterizzato dalla possibilità di avere legami affettivi, oltre che sessuali, con più partner;
- la relazione aperta, nella quale una coppia primaria rimane generalmente il centro della relazione e l’apertura riguarda soprattutto la dimensione sessuale;
- lo scambismo, più frequentemente circoscritto a situazioni, occasioni o contesti specifici.
Ciò che le accomuna, e che le distingue nettamente dal tradimento, è proprio il consenso.
Il tradimento è, per definizione, la violazione di un accordo. La non-monogamia consensuale parte invece dall’esistenza di un accordo differente. Confondere le due cose non è soltanto un’imprecisione terminologica: significa rendere impossibile una discussione seria sul tema.
Quante persone, e dove (?)
Quando parliamo di diffusione è importante essere molto chiari sulla provenienza dei dati, perché in Italia mancano ancora studi rappresentativi su larga scala.
Una ricerca pubblicata nel 2021 su Frontiers in Psychology, condotta su un campione nazionale di adulti single negli Stati Uniti, ha rilevato che circa una persona su nove aveva praticato il poliamore almeno una volta nella vita e che il 16,8% dichiarava di desiderare di farlo.
Uno studio pubblicato nello stesso anno sull’International Journal of Sexual Health, dedicato alla non-monogamia consensuale e non consensuale in Norvegia, ha invece rilevato una diffusione della CNM intorno al 3% della popolazione.
Parliamo naturalmente di contesti culturali molto diversi da quello italiano, quindi questi numeri non possono essere trasferiti automaticamente al nostro Paese.
Ci suggeriscono però qualcosa di importante: non si tratta di un fenomeno estremamente marginale e la quota di persone interessate a queste configurazioni relazionali è generalmente più ampia di quella di chi effettivamente le pratica.
La domanda giusta non è “funziona o no?”
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca recente è proprio il cambiamento della domanda.
Uno studio pubblicato nel 2021 su Archives of Sexual Behavior non ha semplicemente confrontato relazioni monogame e non monogame, ma ha confrontato differenti forme di non-monogamia consensuale, cercando di capire quali fattori fossero associati a un migliore adattamento diadico. I risultati hanno mostrato che le persone in relazioni poliamorose riportavano livelli di soddisfazione e adattamento di coppia spesso superiori rispetto a chi viveva relazioni aperte meno strutturate.
È un dato interessante perché sposta l’attenzione dal numero di partner alla qualità della struttura relazionale: accordi espliciti, ruoli definiti, aspettative negoziate e possibilità di rivedere ciò che è stato concordato.
In altre parole, nei dati considerati, la non-monogamia che sembra funzionare peggio non è necessariamente quella più complessa, ma quella più vaga.
Ed è un’osservazione che può essere estesa ben oltre la non-monogamia. In qualunque relazione, gli accordi impliciti o mai realmente discussi sono spesso quelli che generano maggiori incomprensioni, proprio perché le persone coinvolte possono avere aspettative molto diverse senza essersene mai rese conto.
Abbiamo approfondito questi aspetti anche nell’articolo su poliamore, regole e consenso.
Il consenso è un processo, non una firma
Questo porta direttamente a uno dei punti clinicamente più rilevanti. Nel senso comune il consenso viene talvolta immaginato come un evento singolo: una conversazione iniziale nella quale si stabiliscono le regole e, una volta raggiunto l’accordo, il tema viene considerato risolto.
Nella realtà relazionale funziona raramente così. Gli accordi presi in una determinata fase possono incontrare situazioni che nessuno aveva previsto. Le persone cambiano, cambiano i bisogni, cambiano le emozioni e ciò che sembrava perfettamente gestibile in astratto può essere vissuto in modo diverso quando diventa concreto. Il consenso è quindi anche un processo di manutenzione continua.
Le relazioni che riescono a gestire meglio questi passaggi non sono necessariamente quelle che hanno definito “le regole perfette” fin dall’inizio, ma quelle che hanno costruito un modo per rivederle senza trasformare ogni cambiamento in una crisi.
Gelosia: gestirla, non eliminarla
Uno degli errori più frequenti tra chi si avvicina alla non-monogamia è pensare che la gelosia dovrebbe scomparire completamente. Quando invece compare, può essere interpretata come un fallimento personale oppure come la prova di “non essere fatti” per questo tipo di relazione.
La gelosia, però, non è necessariamente un segnale che qualcosa non funziona. Può diventare un’informazione su bisogni, paure, aspettative o confini che non erano ancora stati messi a fuoco: un bisogno di rassicurazione, il timore di essere sostituiti, un’insicurezza preesistente o la percezione che qualche accordo necessiti di essere rivisto.
Il problema non è quindi provare gelosia, ma cosa ne facciamo. Le difficoltà possono emergere soprattutto quando questa emozione viene negata per coerenza con un’idea della relazione, come se ammetterla significasse mettere in discussione tutto il progetto relazionale.
Quando invece viene riconosciuta e comunicata, può diventare uno strumento per comprendere meglio ciò che sta accadendo.
Lo stigma ha conseguenze sanitarie
Esiste poi un aspetto che sposta la questione dal piano puramente culturale a quello della salute.
Uno studio pubblicato nel 2023 su The Journal of Sex Research, dedicato all’esperienza delle persone consensualmente non monogame nell’accesso ai servizi di salute sessuale, ha rilevato che il 37% delle persone che praticavano il poliamore non dichiarava il proprio status relazionale ai professionisti sanitari, principalmente per timore di pregiudizi o trattamenti inadeguati.
Questo significa che una parte significativa delle persone può essere valutata sulla base di informazioni incomplete, con possibili conseguenze sulla frequenza degli screening consigliati e sull’appropriatezza delle indicazioni ricevute.
Lo stigma, quindi, non produce soltanto disagio psicologico. Può influenzare concretamente anche la qualità dell’assistenza sanitaria.
Il correttivo riguarda entrambe le parti. Da un lato, i professionisti devono favorire un contesto sufficientemente non giudicante da rendere queste informazioni dicibili. Dall’altro, chi vive relazioni non monogame può considerare gli screening periodici per le infezioni sessualmente trasmesse come una normale forma di tutela della propria salute sessuale, non come qualcosa legato al sospetto o alla colpa.
Quando la scelta nasce da una crisi
Un ultimo aspetto ricorre spesso anche nella pratica clinica. L’apertura di una relazione può nascere da una scelta consapevole di persone che stanno bene insieme e desiderano esplorare una configurazione differente.
Altre volte, però, può diventare il tentativo di risolvere attraverso un cambiamento strutturale un problema che nasce altrove: un calo del desiderio mai affrontato, un conflitto cronico, una distanza emotiva o una difficoltà relazionale che nessuno è ancora riuscito a nominare.
In questi casi, modificare la struttura della relazione raramente elimina automaticamente il problema. Più spesso finisce per renderlo più visibile.
Per questo può essere utile fermarsi prima e chiedersi da dove nasce realmente quella scelta.
In uno spazio clinico il punto non è stabilire quale forma relazionale sia “giusta”, ma capire se quella scelta è coerente con i bisogni, i valori e gli accordi delle persone coinvolte. Non esiste una configurazione relazionale che debba essere giustificata in quanto tale.
Esiste piuttosto il lavoro, molto più interessante, di capire se quella configurazione sia vissuta in modo consensuale, sostenibile e rispettoso per tutte le persone coinvolte.
Fonti
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Desire, Familiarity, and Engagement in Polyamory: Results From a National Sample of Single Adults in the United States – Frontiers in Psychology, 2021.
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Non-consensual and Consensual Non-monogamy in Norway – International Journal of Sexual Health, 2021.
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Are There “Better” and “Worse” Ways to Be Consensually Non-Monogamous (CNM)?: CNM Types and CNM-Specific Predictors of Dyadic Adjustment – Archives of Sexual Behavior, 2021.
- “Oh! How Modern! And… Are You Ok with That?”: Consensually Non-Monogamous People’s Experiences When Accessing Sexual Health Care – The Journal of Sex Research, 2023.
